Critica

Danzeranno

Sorprendere le ombre nelle quali s’inciampa di Mario Fresa

La scrittura poetica – la sua rappresentazione sospesa, allusiva,
tagliata – sembra ripetere, con ossessiva persistenza, la cerimonia
di un gioco ambiguo: essa mostra ed elude, lancia-nasconde: e tu
vedi che il reale compare dispare, in un istante, nella luminescenza
ombrosa di un solo verso. La rappresentazione spezzata della
poesia ricorda, in ciò, il famoso gioco del rocchetto analizzato da
Freud: un’attività ludica nella quale un bambino «usava tutti i suoi
giocattoli per giocare a ‘gettarli via’». E in che cosa consisteva,
questo strano giocare a gettare via? Il bambino del racconto lancia
un oggetto legato con un filo, lo allontana facendolo spari-re; il
nuovo piacere è costituito dalla riapparizione di quell’oggetto (e
dal lancio rinnovato). «Questo era dunque il gioco completo –
sparizione riapparizione – del quale era dato assiste-re di norma
solo al primo atto, ripetuto instancabilmente come gioco a sé
stante, anche se il piacere maggiore era legato indubbiamente al
secondo atto».
La voce di un poeta chiama le sembianze, le forgia e dà loro sostanza;
eppure, le sue parole giocano, in fondo, sempre e soltanto
con la morte: e proprio come quel bambino che speri-menta che
cosa significhi essere e non essere più, esserci e svanire, apparire e
dissolversi, il poeta avverte e inscena lo spettro della mancanza e,
fissando per un attimo l’emergere della vita, il suo volto così bello
e così facilmente consumabile, ne fotografa la vanità, la stupefazio-
ne del suo essere nulla. […] di Mario Fresa.

Sonia Lambertini – Danzeranno gli insetti, Marco Saya Edizioni, 2016.

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Gli insetti danzano (anzi danzeranno) una giga sul cumulo di terra che ci seppellisce, alla fine di “una maledetta partita”. E’ questo il tema di fondo nel libro di Sonia Lambertini, in cui la morte è presenza costante, in diversi aspetti che cercheremo di vedere. Se nella prefazione Mario Fresa ci dice che qui abbiamo a che fare con “l’angoscia irreversibile di uno scivolamento continuo nelle tenebre della nullificazione”, in cui il poeta è “martire-testimone del proprio auto-annullamento”, ci dice altresì che questa dolente visione “non giunge ad una sintesi finale”. Potrebbe essere altrimenti? L’ indagine sulla morte è, soprattutto letterariamente, destinata da sempre al fallimento, poiché si scontra con l’inconoscibile, se la si guarda filosoficamente, o con il limite dell’immaginazione. Oppure – d’altra parte – si frange contro lo scoglio della paura di andare “oltre” (oltre ad esempio un corpo “in scadenza”), che impedisce all’artista una vera catàbasi, una “discesa”, a mio avviso fattore essenziale per una buona poesia (v. QUI).
Mi pare che Sonia Lambertini prenda atto di un sentimento attuale (diverso cioè da quello che si poteva verificare in passato), ovvero quello di una decadenza del corpo che è specchio di una decadenza più generale, che è costante e nello stesso tempo “istantanea” (tanto che “misurare l’attimo / è il senso del mondo, / un’azione libera e indipendente”), così come l’esistenza stessa, dispersa in un presente dilazionato. La morte oggi è meno caricata di spiritualità, in una società forse intimamente individualista e agnostica, diventa evento “finale”, un nec plus ultra, delle colonne d’Ercole oltre le quali, in un tempo così senza speranza come il nostro, è impossibile riporre aspettative di redenzione. Difficile guardare “avanti”, per così dire, senza guardare contemporaneamente indietro (“Due passi in avanti / conto fino a tre / mi guardo alle spalle / e vedo che non sono / mai arrivata più in là del sei”), rischiando, come la moglie di Lot, l’impietramento di fronte alla constatazione del nulla. La morte è un’esperienza ineludibile e insieme un’aporia, è qualcosa – paradossalmente – che conosci in un certo qual modo per sentito dire, poiché “hai visto la tua fine / proiettata decine di volte / sul telo bianco degli altri”. Sì, è un gioco d’ombre (anche come fantasmi), di proiezioni (anche in senso cinematografico, quel “telo bianco”), di destini incontrollabili affidati a gesti apotropaici, scaramanzie (“sono nelle mani / del piede destro / quando tocca terra”), è un terrore che ci tiene in vita (“senza la paura non so chi sono”, ripete Lambertini, e del resto, dice Mario Fresa “le parole [di un poeta] giocano, in fondo, sempre e soltanto con la morte”). Sonia, come artista, non rimanda il pensiero, in un certo senso se ne assume la responsabilità, anzi può permettersi di ammonire (“Vorrei dire / a tutti gli umani / con l’aria importante […] che / l’aria sotto terra non c’è / tantomeno gli aggettivi…”), il tempo non aiuta (“Chi ha detto che c’è tempo / è uno sporco bugiardo, una spia”), è effimero e fugace come un fiore di ciliegio, simbolo principe di caducità (“Sul ramo di ciliegio / i fiori hanno il capo bianco / in aprile, ho il veleno in bocca”). L’abitante tipo di questo terrain vague, di questa pre-morte fredda, avrebbe potuto essere (o almeno Lambertini avrebbe voluto che fosse, ci aveva pensato) lo Strauch di Gelo di Thomas Bernhard, citato in una purtroppo troppo breve sezione del libro (Frammenti per Strauch), composta da un “prologo” e sette testi di pochi versi, sintetici e tuttavia molto interessanti. Morte o assenza, dunque, cioè un’altra condizione nella quale la comunicazione è o con un’ombra o senza senso (proprio inteso come direzione verso cui orientarsi). Le ombre possono essere “vecchi figuranti” le cui ossa però molto materialmente scrocchiano, come in una Totentanz barocchetta, una danza macabra che si reitera ogni volta in cui il mondo materiale si specchia con il nulla a venire, perdendo miseramente il confronto; o quelle in cui comunque, come dice Fresa, “si inciampa” ogni giorno, i dubbi, le inquietudini, il “gioco delle parti”.
Eppure in tutto questo c’è poco dell’angoscia così topica in tanta poesia attuale ma certo anche poco della meditazione foscoliana – i tempi cambiano, non ci sono più urne dei forti che accendano l’animo a egregie cose, non ci sono più nemmeno le egregie cose – direi piuttosto una maniera di affrontare la questione come a testa alta, con l’individualismo esistenziale quello sì così diffuso oggi, e un certo piglio che si riflette anche nella scrittura, asciutta, precisa, corrente, immediatamente decifrabile e tuttavia capace di molte belle sfumature, specie nella sesta sezione, quella che decisamente preferisco e da cui ho tratto alcuni dei testi qui riportati, in cui il tema, pur forte e universale, non perde la sua minacciosa presenza ma decanta in accenti a tratti lirici, più profondamente personali, intimi, “veri”. (g. cerrai)

http://ellisse.altervista.org/index.php?%2Farchives%2F840-Sonia-Lambertini-Danzeranno-gli-insetti.html

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Sul Corriere della Sera di domenica 26 giugno 2016, nella rubrica Soglie di Franco Manzoni dal titolo “Chiedi agli insetti” si parla di “Danzeranno gli insetti” di Sonia Lambertini, Marco Saya Edizioni.

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Recentemente, Claudio Magris è tornato a percorrere la linea della vanitas, canto della caducità, che non vede, a ragione, limitata alla letteratura barocca europea e di cui individua motivi ricorrenti e variazioni nella poesia italiana dell’Ottocento e del Novecento.
Danzeranno gli insetti di Sonia Lambertini si inserisce con la forza e l’autenticità della meditazione, non meno sofferta perché quotidiana, in questa linea. Chiama a sé, subito, due voci che la caducità hanno modulato lungo tutto il corso della loro scrittura. Sono le voci di Thomas Bernhard e di Ingeborg Bachmann. Di Bernhard è riportato in epigrafe il passo conclusivo di So che nei cespugli ci sono le anime, dalla raccolta Alla terra e all’inferno («So che i morti/ sono gli alberi e i venti,/ il muschio e la notte/ che le sue ombre/ posa sul mio tumulo»), di Ingeborg Bachmann un brano dal Libro del deserto (ma leggo in controluce anche il XV dai Canti lungo la fuga dalla raccolta Invocazione all’Orsa Maggiore: «Ha un trionfo l’amore e la morte ne ha uno,/ il tempo e il tempo dopo./ Noi non ne abbiamo alcuno.»).
Danzeranno gli insetti, sul tumulo. Nel canto della caducità il tempo futuro predispone la certezza. Che cosa intercorre nel frattempo? C’è uno spazio, c’è una forma per la risposta individuale, vibrante pur se consapevolmente vana? La replica al quesito sotteso è affermativa: questo è il dato che emerge dalla lettura. Il dubbio non condanna all’esilità; la denuncia dei gesti roboanti, dell’ostentata sicurezza è, nel processo permanente che vede la coscienza emarginata, il ritegno e la riservatezza al banco degli imputati, una difesa argomentata, con gli occhi aperti a cogliere e a creare immagini. «C’è un abisso tra il vanesio e il vano», scrive Claudio Magris. Sonia Lambertini lo sa e ne dà prova nel suo originale canzoniere del transitorio. Di Anna Maria Curci.

(i brani dalle poesie di Bernhard e Bachmann qui riportati sono nella mia traduzione © Anna Maria Curci).

Sonia Lambertini – Danzeranno gli insetti, Marco Saya Edizioni, 2016.

Sonia Lambertini, Danzeranno gli insetti

 

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Gli insetti danzano intorno al cadavere. Sarebbe quindi lecito presupporre l’esistenza di almeno un cadavere. In tal senso il luogo ideale, il nostro luogo ideale sarebbe quello della morte. A questo proposito invertendo i termini della proposizione “l’esistenza di almeno un cadavere”, vorrei proporre un’interrogazione: e se il cadavere che qui si vagheggia fosse proprio l’esistente? […] Si potrebbe designare/disegnare un diagramma con tutte le linee che in quest’opera portano alla morte o che a essa si riconducono. Per meglio specificare si tratta di un’idea della morte come essenza ineluttabile e inevitabile della vita. In tal senso la morte lavora per la vita. La morte è il servo di scena che agevola le entrate e le uscite, che pretende i cambi di luce più adatti per meglio illuminare (o abbuiare) questo o quell’elemento, la morte è il suggeritore seminascosto nella botola in proscenio, detta il testo da dire, determina il ritmo dell’enunciazione e crea le figure. Così come diceva Derrida: “se ne parla sempre per figure”. Ed è forse per questa ragione che l’autrice si concede il lusso di apostrofare “mi salverà guardare la morte”. […] Quest’opera non è un poema. È una raccolta. Ci sono quindi estensioni e passaggi estranei alla struttura tematica e concettuale. Una struttura che vado a sistematizzare in una sola frase: parlare della morte e passare attraverso di essa per vivere. Un paradosso, solo apparente, che rappresenta, a tutti gli effetti, il leit motiv dell’opera. Gli indicatori disseminati nell’intero corpo testuale sono lampanti in tal senso, anche e soprattutto quando assumono coloriture simboliche o quando le loro posizioni (sia a livello esclusivamente narrativo che nel modo in cui cadono tipograficamente all’interno del testo) sembrano relegate alla funzione di meri elementi complementari. È il caso, ad esempio, dei “portieri in frac” che “battono il tempo” (p.11), una figurazione decisamente complementare nell’economia specifica del testo. Ma è proprio questa variabile a consolidare l’equilibrio strutturale. Da non sottovalutare, in chiave sincronica (che declinerò meglio più avanti), la successiva ri-definizione dell’indicatore: i “portieri in frac” che “battono il tempo” diventa “il fumo denso mi ha annerito / e battuto sul tempo ancora una volta” (p.17). Mi preme sottolineare come “il fumo denso” sia anch’esso un elemento complementare, in quanto subordinato all’elemento primario rappresentato dall’“aria irrespirabile”, quell’aria, tra l’altro già anticipata nella pagina precedente (“l’aria sotto terra non c’è”). Questo solo per far comprendere come il sistema di relazioni interne tra tutti gli elementi dell’intera struttura dell’opera sia decisamente ostentato. E sono queste le cose di cui bisognerebbe tenere conto nell’affrontare il corpo testuale. […] di Enzo Campi

https://scrittureealtreofficine.wordpress.com/2016/09/03/tutto-scivola-tra-le-mani-un-appunto-su-danzeranno-gli-insetti/

 

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Danzeranno gli insetti contiene appunti per un’idea di poesia nera. Che distingue alcuni aspetti del caotico miscuglio in cui siamo versati. Un concetto antico della scrittura che oggi potrebbe tornare in auge, se soltanto la gran parte di coloro che scrivono poesia (o almeno quel che considerano tale) lasciassero per una volta perdere i pensieri reazionari. Sensibili soltanto al proprio torace, le cui parole per descriverlo sono tratte da un vocabolario di cento lemmi quando va bene. Nemmeno il più semplice gioco della fantasia poetica allerta, in nome di una messa a fuoco estatica che più “locale” non potrebbe essere. Appunti, dunque, per lo più traversi, come fossero foglietti giunti dopo vacanze erranti dallo Steinhof. Che favoriscono la percezione nera che lo sguardo di Sonia Lambertini mastica e rimastica davanti ai piani incrociati dell’attuale storia dell’umanità. Una applicazione dalle caratteristiche testarde, la sua, che oppone un po’ di brutalità al pericolo dell’epoca. Ci sono notti in cui invocare un netto rifiuto sembra più di un atto volenteroso, se non fosse che la sensibilità da adolescenti ha perduto da tempo le sue segnaletiche, le energie che potevano stravolgere i canoni tradizionali. Forse un libro come questo, inteso come un journal al suo esordio, può far capire che niente più esiste di “tradizionale”. La poesia nera, probabilmente come l’interpretava Adriano Spatola quattro decenni fa (“Ho un amico che ha il cuore di un bambino, lo tiene sulla scrivania in un vaso pieno d’alcol” – Alfred Hitchcock), viaggia su leghe non abitudinarie, allora contro le pigre e “moderne” versificazioni amorose, oggi contro il mollusco senza dimensioni della rete digitale che sembra aver divorato anche la poesia. Così gli appunti adottano una lingua eccentrica, distinta in diverse modalità, dal frammento al coro, dall’elegia civile alla stanza costruita con metrica rocciosa. I metodi della creazione sono pronti per la verifica, messi in chiaro sul tavolo, mostrano bene come occorra essere principescamente vivi e in salute per dar vita alla poesia nera. A riguardo poche cose sfuggono a Danzeranno gli insetti, se guardiamo al peso di cui la raccolta si carica, allo sconcerto suscitato dall’amministrazione dei corpi, dalla venuta al mondo al dissolvimento. L’odio profondo per la vacanza, la sospensione mentale e fisica, si rivolgono prima di tutto ai padri e allo spazio membranoso aperto davanti a essi: la specie delle madri. E Sonia cozza contro il limite invalicabile (per ora) della ricerca. Si chiede, certo, se la poesia possa essere insufficiente, o faccia diventare l’atmosfera rarefatta. Ma il contrasto, anche se scandaloso, è il tessuto stesso di un linguaggio, soprattutto in questo caso. L’arredo propedeutico non sembra produrre dubbi. Come introduzione a una puntigliosa storia delle origini (a viatico la lettura di Strauch) è qui dimostrabile la singolare e ultima prova generale di un libro in grado di presentare in futuro piattaforma e statuti propri.

Elio Grasso